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19 Settembre 2019
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Diete che falliscono: un pò di neurobiologia

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Diete che falliscono: un pò di neurobiologia

Molto spesso capita che le persone inizino una dieta per poi interromperla perpetrando un ciclo vizioso che può durare anche 10, 20 o 30 anni.

Le sensazioni negative che accompagnano questo meccanismo sono le più disparate, si va dalla frustrazione, alla bassa autostima, alla stanchezza fino a voler smettere definitivamente, immaginandosi di poter vivere ugualmente una vita serena piuttosto che star dietro per qualcosa che tanto non funziona.

Vediamo quali sono i meccanismi psicologici che stanno alla base di questo comportamento disfunzionale e quali sono le soluzioni migliori per uscire dal tunnel delle recidive.

Innanzitutto è importante capire che non sono le diete che falliscono, siete voi che adottate comportamenti e atteggiamenti disfunzionali.

In che senso?

Questa frase, per quanto possa sembrare provocatoria, racchiude una verità indiscutibile: vi è in ognuno di noi una incapacità di fondo nel vedere i risultati. La dieta, o meglio, le diete, cambiano in continuazione, l’unica costante del processo siete voi. Quindi vi è qualcosa nel vostro stile di vita, nei vostri comportamenti, nella vostra psicologia personale, nelle vostre abitudini che causa il ripetersi di comportamenti infruttuosi.

Finché non prenderete consapevolezza della ragione di fondo, cioè l’origine del comportamento, sarà difficile uscire da questo circolo vizioso.

Diete che falliscono: un pò di neurobiologia della gratificazione 

In neurobiologia (la branca della biologia che studia il funzionamento del sistema nervoso) i comportamenti che garantiscono la sopravvivenza dell’individuo sono l’espressione di meccanismi (circuiti) cerebrali deputati alla memorizzazione e al mantenimento di certe abitudini funzionali all’individuo e alla specie.

Cibo, comportamenti sessuali/sociali sono detti anche rinforzatori convenzionali. Infatti tutti gli individui dipendono automaticamente dall’assunzione di cibi e bevande come anche dal bisogno di avere relazioni sociali appaganti e sperimentare di tanto in tanto nuove esperienze.

Tutte le sostanze psicoattive (che possono essere farmaci, integratori naturali, alcune bevande come il caffè ecc.) e i comportamenti che fanno star bene, hanno la caratteristica intrinseca di modificare in modo significativo il circuito della ricompensa, generando così un senso di appagamento che rinforza la tendenza a ripetere l’assunzione o un certo comportamento (rinforzo positivo).
Ogni esperienza gratificante causa un’attivazione e un aumento della quantità del neurotrasmettitore dopamina (il cosiddetto ormone della felicità) in alcune aree del cervello tra cui principalmente l’area tegmentale ventrale (ATV) e il il nucleo accumbens (NAc), che insieme vanno a formare la circuiteria meso-limbica.

Sul versante opposto troviamo invece la corteccia prefrontale (CPF) che si comporta come un freno inibitorio nei confronti di alcuni comportamenti, siano essi vantaggiosi o dannosi. In adolescenza, la corteccia prefrontale non è ancora adeguatamente sviluppata e questa è una delle cause principali dell’impulsività e della reiterazione di certi comportamenti dannosi tipici di questa fase della vita.

Non solo, la CPF è responsabile anche della pianificazione e della valutazione mediante mediazione/inibizione di molti comportamenti complessi. Ricerche nel campo della patologia del sistema nervoso hanno dimostrato che deficit a carico della corteccia prefrontale (nello specifico, della sezione orbitale) portano l’individuo a ripetere compulsivamente comportamenti anche quando questi non recano alcun piacere o vantaggio, se non addirittura quando portano a sanzioni, perdite economiche, punizioni e via dicendo (Vento, Ducci 2018). Vi sono altre strutture cerebrali coinvolte nel meccanismo di gratificazione e ricompensa come l’ippocampo e l’insula (per quanto riguarda l’apprendimento e la memorizzazione delle esperienze, e i comportamenti più ancestrali di sopravvivenza), e l’amigdala, deputata all’apprendimento affettivo e alle
emozioni, come ad esempio la paura.

Diete che falliscono: qual è il rapporto tra il sistema della gratificazione e il comportamento alimentare?

Altri studi scientifici condotti sui disturbi del comportamento alimentare, mostrano come i suddetti sistemi cerebrali sono altresì implicati nella dipendenza da sostanze e da comportamenti orientati all’appagamento immediato di bisogni sia fisiologici che psioclogici secondo lo schema

abbuffata- stati d’animo negativi-preoccupazione/anticipazione

l’instaurarsi della dipendenza da certi cibi, come ad esempio quelli zuccherati, inizia proprio con l’esposizione di tipo casuale: in questo caso è l’impulsività che porta l’individuo a raggiungere un piacere nel più breve tempo possibile, a discapito di una pari gratificazione ritardata, senza tenere conto delle conseguenze (e qui entra in gioco la corteccia prefrontale). A dipendenza avvenuta, l’assunzione frequente e permanente di certi cibi, soprattutto quelli industriali, porta al craving (la brama, il desiderio ardente e incontrollabile) e di conseguenza alla recidiva.

 

 

SITOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA

https://modernhealthmonk.com/why-every-diet-fails-you/
https://breagettingfit.com/diet-failed/
https://eatwithawareness.com/the-diet-failed-you/
https://healthyeater.com/goals-sometimes-enough

Làdavas E., Berti A. Neuropsicologia, Il Mulino 2014 A.E. Vento., G. Ducci. Manuale pratico per il trattamento dei disturbi psichici da uso
di sostanze. Fioriti editore, 2018

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Dott.ssa Simona Lauri
Dott.ssa Simona Lauri
Psicologa, Psicoterapeuta e Coach Alimentare